Sicilia, metà anni Ottanta. Le mani di un adulto raccolgono limoni da una pianta. Due bambini ascoltano rapiti i racconti dell’uomo, che adesso cucina.
Varsavia, oggi. I bambini sono adulti e proprietari di un rinomato ristorante italiano in Polonia. “Dai Fratelli Tassi” — loro però sono cugini — è un elegante locale, ritrovo di buongustai, politici, artisti. Giuseppe e Nicola sono perfettamente integrati in Polonia, dove si sono stabiliti da molti anni, probabilmente per ragioni di cuore: non hanno imparato la lingua, ma hanno messo su famiglia e si garantiscono un elevato tenore di vita. Giuseppe estroverso, con il pallino degli affari e un debole per le donne; Nicola malinconico, con una gran passione per la cucina ereditata dall’uomo dei limoni, l’eccentrico zio Annibale.
Da un po’ di tempo gli affari non vanno bene come prima: di ristoranti italiani se ne sono aperti altri, moderni, più economici. Per superare la crisi i due accettano il consiglio del gastronomo Luigi Cremona: tornare in Italia e “scritturare” alcuni cuochi stellati, noti per le loro apparizioni televisive. Condividendo la passione per le moto di grossa cilindrata, partono per un avventuroso viaggio su due ruote che da Varsavia li porterà ad attraversare tutta l’Italia.
Ma, mentre incontrano gli indaffaratissimi chef, li raggiunge la notizia della morte del vecchio zio Annibale. L’uomo ha lasciato loro una piccola eredità: un albero di limoni, che i due, contro ogni buon senso, portano con sé a Varsavia. E se fosse quel piccolo albero la soluzione dei loro problemi?